La scienza distrugge la responsabilità individuale

Orecchianti in materia di neuroscienze, quali molti di noi sono, avevamo accolto con favore fin dal suo nascere questo ramo del sapere rivolto alla cura delle neurodegenerazioni e al potenziamento del sistema immunitario del cervello. Grazie alle neuroimmagini, infatti, la scienza promette di difenderci dalle aggressioni che portano il nome di Alzheimer e Parkinson. Senonché la prospettiva di applicare le neuroscienze al campo giuridico è una novità e si presenta come una contrapposizione che assume i contorni di una rivoluzione.

La possibilità attraverso le tecniche del neuroimaging – la tomografia assiale computerizzata (Tac), la risonanza magnetica (Rm), la tomografia a emissione di positroni (Pet) e l’elettroencefalografia (Eeg) – di vedere e visualizzare il funzionamento del cervello consente di interrogare quest’ultimo come si fa con la scatola nera di un aereo, di una nave e prossimamente anche di un autoveicolo. Aperta la quale scatola si può risalire al guasto che ha interrotto il funzionamento del meccanismo in questione e decidere sul da farsi.

In questa luce Il delitto del cervello (di Andrea Lavazza e Luca Sammicheli, pagine XX + 288, Torino, Codice, 2012, pagine euro 15) non è solo il titolo di un libro, ma anche il modo in cui vengono definite la sfida lanciata dalle scienze al diritto e l’ingresso di queste ultime nelle aule dei tribunali. Se, infatti, come sta avvenendo, le tecnoscienze consentono non solo di esplorare il cervello, localizzando guasti, disfunzioni, anomalie, deficienze e carenze, ma anche di stabilire, come sta avvenendo, che quanto accade all’interno del cervello precede la decisioni prese dalla volontà e dalla coscienza, succede che l’impalcatura tradizionale dell’iter processuale comincia a traballare. Dire che il pensiero è diventato visibile, che qualcuno decide al nostro posto, che c’è qualcosa dentro di noi che non sapevamo esistesse e che anticipa ciò che faremo senza che ce ne rendiamo conto, mette in discussione le basi del sistema giuridico fondato sul libero arbitrio e porta a indicare il cervello come sede del delitto così come recita il titolo del libro.

Riconoscere l’esistenza del libero arbitrio è cruciale per il fondamento del diritto penale, uno dei principi del quale stabilisce che «la legge punisce comportamenti e non persone». Il corpo, il cervello, i neuroni, la biologia non sono, infatti, oggetto di sanzione e le neuroscienze non sono ancora sul punto di riscrivere il diritto trasformandolo in neurodiritto. Ma se grazie agli strumenti di cui dispongo e muovendomi obbligatoriamente in una prospettiva materialistica, procedo ad analizzare il cervello suddividendolo in tanti compartimenti e settori quante sono la sue funzioni e disegno una mappa che biologizza il cervello stesso, non mi devo poi stupire se, ad esempio, la psicopatia diventa un’anomalia dell’amigdala sulla quale intervenire per modificarla.

La tendenza a spiegare tutto quello che si può con la genetica – la violenza in base alla predisposizione del Dna, il peccato originale attraverso i geni – porta a quelle forme di revisionismo giuridico secondo il quale si puniscono le persone invece dei comportamenti e si soddisfa quella domanda di sicurezza in nome della quale, ridotti a cose, si viene sanzionati per quello che si è e non per quello che si fa. Seguendo questa direzione può succedere pertanto che gli strumenti diagnostici si trasformino in tribunali diagnostici.

Prendiamo il tema dell’imputabilità. Se il cervello di un soggetto sottoposto all’esame del neuroimaging risulta lesionato, quel soggetto è imputabile? Se non lo è, può essere oggetto di misure di sicurezza? Il dubbio rimane perché non tutti coloro che hanno subito un danno alla corteccia prefrontale diventano soggetti antisociali e non tutti i criminali sono portatori di lesioni cerebrali. Prendiamo il caso dell’infermità mentale diagnosticabile risalendo al patrimonio genetico. Resta il fatto che «la scienza descrive le cose in sé, mentre la legge applica gli artifici per garantire la giustizia. Pertanto le risposte offerte dalla scienza non sono le risposte alle domande poste dalla legge».

Che cosa è normale? Chi fissa i parametri? Quali sono in confini al di là dei quali si è dei disadattati? Il rischio di trascurare le dinamiche collettive di cui si teneva conto fino a ieri è di cadere nella medicalizzazione degli individui.

Siamo fatti di geni e di ambiente, di biologia e di cultura. Un equilibrio questo che non va alterato attribuendo alla genetica la capacità di modificare il cervello o alle neuroscienze quella di leggere nella sua composizione il segreto dei comportamenti. Così facendo si rischia di risuscitare Lombroso e la sua scuola di antropologia criminale alla ricerca dei segni e della tracce dell’atavismo nascosti nelle fossette occipitali o in altre zone del cranio di chi si pensava fosse effetto da un ritardo dell’evoluzione e da un deficit di libertà. Teoria che anticipa l’interpretazione in chiave organica e biologica del crimine e che mette in dubbio, come le neuroscienze, il principio della responsabilità penale sostituito da quello della pericolosità sociale.

Attenzione, perché le mura di molti manicomi criminali eretti un secolo fa sono ancora in piedi.

Oddone Camerana

(tratto da L’Osservatore Romano, mercoledì 16 maggio 2012 pag. 5)

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